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Un’organizzazione a misura di paziente: l’UO Medicina Generale

Il Dottor Matteo Carlo Ferrari è a capo della Unità Operativa di Medicina Generale.

Dottore, da quando è entrato a far parte dell’Istituto Clinico Città Studi?

Dall’ottobre del 2023 dopo lunga esperienza professionale prima all’ospedale Humanitas e poi al Galeazzi.

Perché ha deciso di collaborare con ICCS?

L’Istituto, seppur di dimensioni diverse rispetto agli ospedali nei quali avevo lavorato precedentemente, gode di un’ottima reputazione e molti dei miei colleghi con i quali ho lavorato in passato, in particolare in Humanitas, oggi fanno parte della squadra di ICCS. Sono tutti professionisti di grande valore e il loro parere ha senz’altro condizionato la mia decisione. Ho così iniziato questa nuova esperienza chiedendo al dottor Giuseppe Strangio, che lavora con me da tanti anni, di seguirmi per continuare la nostra lunga e proficua collaborazione.

Il rapporto medico paziente è un argomento molto dibattuto non solo per gli aspetti meramente sanitari ma anche per le tensioni che spesso condizionano questo rapporto. Qual è il suo punto di vista alla luce della sua esperienza?

Il rapporto con il paziente è, a mio modo di vedere, nella assoluta maggioranza dei casi molto positiva. Va però sottolineato che nel caso del nostro ospedale noi ricoveriamo in Medicina Generale un consistente numero di pazienti ultraottantenni e in questi casi la sfida si sposta su un altro piano. Quando il quadro acuto di un paziente è superato, lasciare l’ospedale diminuisce i fattori di rischio e non significa, come spesso pensano i parenti, lasciare il congiunto al suo destino. Permane l’idea che l’ospedale sia il posto più sicuro ma non è così. Per un anziano che ha superato un problema sanitario acuto il ritorno al proprio domicilio è un passaggio sia dal punto di vista psicologico sia dal punto di vista sanitario molto positivo. Il tema qualità del rapporto medico paziente dovrebbe essere declinato anche nell’approfondimento del rapporto medico parenti del paziente in particolare per quanto riguarda i grandi anziani. Naturalmente, vanno anche valutate le condizioni socioeconomiche di un anziano che viene dimesso. Non tutti possono permettersi una badante, ma va anche sottolineato che, almeno nella nostra città e regione, esiste un servizio di assistenza sociale sufficientemente efficiente.

Anziani e grandi anziani rappresentano il maggior numero dei suoi pazienti. Quali sono le patologie che curate con maggior frequenza?

Sono problematiche respiratorie acute su croniche, polmoniti, cardiologiche o renali, scompensi cardiaci, sindrome da allettamento. Va considerato poi che se un grande anziano contrae un’infezione batterica il compenso neurologico, già di per sé labile, può solo peggiorare. Quindi un’iniziale demenza senile si può aggravare così come il Parkinson o la sindrome depressiva che si acuisce durante un ricovero. Quando un grande anziano viene accompagnato all’ospedale viene spesso riferito che “è confuso” e resta così fin che non guarisce l’infezione e migliorano la nutrizione e l'idratazione. Quando la cura ha dato esiti positivi se il paziente torna a casa la confusione sparisce, ma rischia di permanere se rimane in un ambiente “non suo” e per lui preoccupante qual è un ospedale.

La prevenzione delle malattie diviene ancora di più un momento di supporto per evitare ricoveri inutili attraverso il ricorso eccessivo al pronto soccorso?

Sì, bisogna lavorare nell'ambito della prevenzione delle cadute, della corretta alimentazione e idratazione, della rimozione degli ostacoli domiciliari. Sottolineo che gran parte dei nostri pazienti grandi anziani sono denutriti e inadeguatamente idratati e tra questi anche coloro che vivono in buone condizioni socio-culturali. Inoltre, queste persone fanno poco movimento. In questi casi sarebbe importante uno spostamento delle cure al domicilio implementando la medicina territoriale (cosa che il Covid avrebbe dovuto insegnarci) con una riduzione significativa dei costi sanitari e dell'aggravamento del quadro neurologico dei pazienti anziani.

Alla luce della sua esperienza sul campo come pensa di organizzare in futuro il reparto che dirige?

Stiamo riorganizzando la nostra struttura cercando nuovi medici da integrare nel nostro team. Gestiamo circa sessanta letti di medicina ed è un impegno rilevante. Per questo stiamo selezionando professionisti con un profilo professionale adeguato. La proprietà dell’ospedale punta molto sullo sviluppo della UO di Medicina Generale e questo è un sostegno che ci invita ad accettare una sfida rilevante. Uno dei fattori significativi per il futuro delle nostre attività, mi auguro, sia il miglioramento dell’appropriatezza dei ricoveri, ciò non vuol dire ridurre i numeri, bensì ottimizzare le risorse disponibili e ridurre l’impegno burocratico che assorbe una parte notevole del nostro tempo. Infine, un progetto al quale tengo molto, perché l’ho introdotto per primo nel nostro Paese riguarda l’inserimento di una nuova figura professionale: l’Hospitalist. Si tratta di un profilo mutuato dall’esperienza consolidata negli Stati Uniti dove le chirurgie super specialistiche vedono la presenza di un Internista in reparto. Il chirurgo è impegnato quasi totalmente in sala operatoria e per questo si pone il problema dell’assistenza al paziente in reparto, che va seguito con terapie adeguate alla fase peri e postchirurgica. Ho creato questa nuova figura professionale in Humanitas circa vent’anni fa, l’ho replicata al Galeazzi e ora spero di poterla introdurre anche in ICCS. La figura dell’Hospitalist propone una nuova dimensione più dinamica della Medicina Interna e rappresenterebbe anche per ICCS un valore aggiunto all’eccellente qualità della sua assistenza.